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Al cimitero Brion un ingresso comune conduce ad un bivio: due vie per meditare, la prima, quella adatta a tutti, è suggerita da una scala spostata; percorrerla vuol dire compiere un viaggio che ha per occhi il cuore e per scenario il ricordo della morte dei genitori (l’arco) e dei parenti (la cappella), la comunità (la chiesa).

L’altra via per i solitari, i poeti, è un itinerario più personale e diffi cile: per avanzare si dovrà abbassare con il peso di tutto il nostro corpo una porta di cristallo che riflette la nostra immagine; arrivati sull’isola al centro del lago (del nostro cuore), chiusi nell’elmo/padiglione potremo vedere solo noi stessi: i velari abbassati si aprono solo in corrispondenza della tomba dei genitori con una specie di miraglio; è questa l’unica relazione con la società che non possiamo rinnegare.

Ma se per acquietarci ci sederemo sulla panca sarà possibile volgere attorno il nostro sguardo libero: gli schermi sono lontani, il cielo e la terra si sono ricongiunti; in quel momento è possibile vedere con chiarezza le connessioni tra le parti, sorridere e, forse, sentire il proprio respiro.

Guido Pietropoli (autore dei testi e allievo di Carlo Scarpa)


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Giuseppe Brion era nato a San Vito di Altivole, paese della pianura trevigiana. Nel 1939 sposò Onorina Tomasin, originaria di S. Giustina in Colle.

Terminati gli studi, nel secondo dopoguerra i coniugi si trasferirono a Milano dove, nel 1945 Giuseppe Brion e la moglie Onorina fondarono assieme all'amico Ing. Pajetta la BP, una società per la produzione di componenti elettronici; l'azienda, già altamente innovativa, si specializzò poi nella produzione di apparecchi prima radio e televisivi poi, inizialmente con il nome di B.P. Radio, poi di Vega e infine, negli anni '60 di Brionvega.

La famiglia Brion coltivò interessi nel campo dell’arte, dell’architettura e del design, manifestando una particolare capacità nel scegliere i migliori progettisti italiani per le proprie realizzazioni.

Il catalogo Brionvega divenne una vera e propria "collezione", un crocevia ineludibile della storia del design italiano ad opera di architetti quali Marco Zanuso, Richard Sapper, i fratelli Pier Giacomo Castiglioni e Achille Castiglioni, Mario Bellini, Franco Albini, Ettore Sottsass e Gino Valle.

Unica tra le industrie del settore, la Brionvega ha rappresentato l'Italia alle esposizioni mondiali di Montreal (1967) e di Osaka (1970); gli oggetti prodotti da Brionvega sono nelle collezioni permanenti del MOMA di New York , del Louvre e in altri importanti musei.

Paragonabile forse solo alla Olivetti negli anni '60-'80, Brionvega perseguì brillantemente obiettivi di qualità del design, di chiarezza della comunicazione e di miglioramento estetico/funzionale dello spazio domestico e di lavoro.

Nel pieno della maturità, Giuseppe Brion morì improvvisamente a Rapallo non ancora sessantenne il 12 settembre 1968.

Onorina ed Ennio Brion interpellarono Carlo Scarpa per l'ideazione del sacello di famiglia. Scarpa aveva incontrato più volte i coniugi Brion durante i comuni soggiorni ad Asolo; la qualità dei luoghi, la mitezza del clima, le presenza di una storia millenaria avevano convinto l'architetto a fissarvi la sua residenza in una casa d'affitto fino a metà degli anni '70.


Carlo Scarpa amava profondamente questo paesaggio veneto che la pittura antica gli aveva mostrato e del quale egli stesso godeva dalla sua residenza di Asolo.

Dai primi 68 mq individuati come necessari all'inizio, si arrivò nel 1969 a 2.400 mq di terreno agricolo a forma di "L" lungo i lati est e nord del recinto quadrato del cimitero di San Vito di Altivole.

Era una dimensione straordinaria per una tomba di famiglia e ciò dovette forse impensierire l'architetto, tanto che egli dichiarò di aver avuto più volte il dubbio che sarebbe stato sufficiente mettere a dimora mille cipressi (conferenza di Madrid, giugno 1978), senza realizzare alcun manufatto.

Il cimitero Brion impegnò Scarpa per due lustri e fu da lui assiduamente seguito nella realizzazione; "è l'opera che visito più volentieri perché nelle altre mie vedo solo errori e difetti" ebbe ad affermare.

In essa egli poté giovarsi dei suoi migliori artigiani: l'impresa del Geom. Luigi Bratti con il capocantiere “Piero” Bozzetto, i fabbri Paolo e Francesco Zanon, il falegname Saverio Anfodillo, Eugenio De Luigi per gli intonaci e gli stucchi, le ditte Henraux e Morselletto per le pietre e i marmi.

L'intenzione che sta alla base della concezione del cimitero è quella di raccontare con le forme dell'architettura e del paesaggio circostante l'avventura umana del legame d'amore di due coniugi; essi sono certamente Giuseppe e Onorina Brion ma, in ragione della intenzionale anonimità dell’opera (solo i sacelli di marito e moglie portano i rispettivi nomi), il racconto della loro vita sorretta dall' amore coniugale, è mutuabile con tutte le coppie che hanno vissuto un'unione felice.

Pochi mesi dopo la richiesta di Onorina e Ennio Brion, Carlo Scarpa illustrò il progetto con un modellino architettonico (ora conservato presso il Royal Institute of British Architects nella sede del Victoria & Albert Museum di Londra) che si discosta molto poco dal manufatto che è possibile visitare.

Non è dato sapere con quali parole Scarpa espose le sue intenzioni ai committenti ma è certo che la soluzione incontrò immediatamente la loro approvazione dato che il cantiere si aprì nella primavera del 1969.

Nel prosieguo delle fasi costruttive la presenza dei Brion fu discreta e paziente se si tiene conto che la realizzazione richiese due lustri; a causa della morte di Scarpa a Sendai, l'opera non può a tutt'oggi dirsi compiuta.

Il modello in legno presentava il cimitero esistente contornato dall'ampio terreno a forma di "L".

racchiuso verso l'esterno da un muro di cinta inclinato di 60° rispetto alla linea dell'orizzonte; al suo interno 5 edifici, così come noi li possiamo ammirare oggi: una lunga costruzione all'ingresso dal cimitero del paese (i propilei); alla sua destra, una vasca d'acqua con un padiglioncino; a sinistra, un arco/ponte con le tombe dei coniugi Brion, verso nord una cappellina addossata al muro di cinta e per ultima, una chiesetta di forma cubica sul braccio della "L" più prossimo al lato d'ingresso dalla strada.

Assieme al modello conservato a Londra, Carlo Scarpa ha lasciato circa 3000 disegni (tra tavole esecutive, appunti, schizzi di lavoro ecc. conservati presso l'Archivio di Stato di Treviso in un'apposita sezione); esse consentono di ripercorrere il particolare processo ideativo, sono di grandissimo interesse per la critica architettonica e sono consultati da studiosi di ogni parte del mondo.


L'architettura è un'arte che coinvolge la totalità dei sensi del visitatore grazie all'uso sapiente dei materiali, delle forme, delle proporzioni e, non ultimo, alla particolare condizione situazionale in cui egli è posto al suo interno; essa stabilisce precisi rapporti con il paesaggio circostante e con la volta celeste in ragione delle particolari scelte di orientamento che l'architetto ha in essa operato.

Fin dall'inizio Carlo Scarpa condivise l'ingresso da ovest verso est, già presente nel cimitero ottocentesco di San Vito di Altivole, confermando esplicitamente il valore simbolico del viaggio che compie colui che, visitando i propri morti, muove da occidente verso oriente, per ricercare la sorgente della luce e della vita.

Dalla linea orizzontale della campagna il cimitero emerge con una silhouette allungata nella quale si possono distinguere le forme svettanti dei cipressi e il volume della chiesetta.

Esso si presenta all'esterno come una sorta di cittadella realizzata in un unico materiale (il calcestruzzo impresso dalle tavole delle casseforme lignee), racchiusa da un insolito muro di cinta inclinato; le costruzioni al suo interno sembrano affiorare per effetto di un sollevamento del terreno; così la quota interna del cimitero Brion è sensibilmente più alta della quota della campagna circostante.

I Propilei
Vi sono due ingressi dalla strada ma converrà prendere quello che attraversa centralmente il cimitero di paese e si presenta come un ampio portale che ha sulla parete di fondo il motivo dei due anelli che si intrecciano; questo edificio in calcestruzzo, dalla facciata asimmetrica ha sulla sinistra una parete/pilastro che termina con una mensola e, sulla destra, un setto verticale, modellato con sagome a gradoni regolari che rappresentano il leit motiv di tutta l'opera. Alle pareti sinistra e destra del portale d'ingresso (i propilei) sembra ragionevole attribuire la connotazione simbolica della bellezza e della forza; analogamente i due anelli intersecantisi, visibili all'interno, presentano i colori rosa/femminile ed azzurro/maschile nella stessa posizione.

La sepoltura dei coniugi è annunciata da uno squarcio del muro di cinta che separa il vecchio dal nuovo cimitero e dal quale si vede l'arco che copre i due sacelli.

L'ingresso ai propilei era originariamente velato dai rami di una particolare conifera, che morì in una invernata particolarmente rigida alla fine degli anni '80 (ora ripiantata); così si entrava scostando i rami pungenti del sempreverde, a segnalare il passaggio in questo luogo "altro".

All'interno dei propilei, una duplice scala di 5 o 3 alzate conduce alla quota del prato interno e ad un lungo corridoio che porta in due opposte direzioni; a sinistra, verso la tomba dei due coniugi e a destra ad uno spazio esterno che non è ancora possibile identificare.

La doppia scala si presenta fortemente slittata verso sinistra, a suggerire di iniziare il viaggio all'interno del cimitero girando dalla parte del cuore, verso gli affetti più cari.

Se si esce sul prato ad est attraversando direttamente uno dei due anelli e ci si rigira all'indietro per riguardare la facciata, si può constatare come le tessere di mosaico rosa e azzurro decorano anche l'esterno dei cerchi nella stessa posizione dell’interno (rosa a sinistra e azzurro a destra); in questo modo ciascun anello porta su di sè entrambi i colori, quello femminile e quello maschile.

Il passaggio tra il vecchio e il nuovo cimitero avviene attraverso questo lungo edificio, che è una sapiente modulazione di luci ed ombre, altrimenti non giustificabile sul piano funzionale (il suo tetto non protegge il visitatore dalle intemperie) e che trova il suo significato nella volontà di segnalare un preciso stacco tra il mondo esterno e quello dell'hortus conclusus dello spazio Brion.

La copertura dei propilei è interrotta in più parti per lasciare passare lame di luce e cadute d'acqua che rendono sonora e drammatica l'esperienza di questo spazio durante gli improvvisi temporali estivi, come ha ben mostrato l'opera filmica del regista Riccardo de Cal (Riccardo de Cal, Memoriae causa, DVD realizzato per conto della Fondazione Benetton, Treviso 2007).

Analogamente, sulle due testate - quella verso la vasca d'acqua e l'altra verso la tomba dei coniugi - vi sono scintillanti tessere di mosaico giallo verde (la prima) e giallo oro (la seconda), come se il cemento si animasse di corruschi bagliori e lampi.

L'edificio ha una sua sonorità particolare; il rumore dei passi si smorza procedendo verso l'arco tombale mentre il rimbombo sotterraneo è accentuato camminando nella direzione della vasca d'acqua.

L'Arcosolio

Il ponte/arco/pensilina curva che copre i sacelli di Onorina e Giuseppe Brion è stato costantemente denominato arcosolio da Carlo Scarpa, con un chiaro riferimento alle sepolture catacombali dei primi cristiani; questo particolare arco - spesso decorato da affreschi nella lunetta e nell'intradosso - era usato per defunti di alto rango.

Nel caso dell'arcosolio di Brion, si può parlare di una sorta di ponte/arco lanciato sopra i due sacelli collocati al centro di una lente circolare ribassata rispetto alla quota del prato circostante.

Quattro costolature in calcestruzzo sostengono due ali laterali che vanno rastremandosi verso l'esterno e conferiscono eleganza e leggerezza al manufatto. Tra le costolature più interne, alcune lastre traslucide di alabastro fanno cadere una luce diafana sui due sacelli sottostanti.

I due congiunti sono collocati fianco a fianco nella stessa posizione dei colori rosa e azzurro (Giuseppe Brion a destra e Onorina Tomasin a sinistra) all'interno di due sarcofagi con base in marmo bianco statuario di Carrara e cassa in granito violaceo lavorato a fiamma, doghe di ebano e ottone marino.

I prismi di ogni sacello sono deformati in forma romboidale, così da convergere verso la chiave della volta; la loro base in marmo bianco non è piana ma a forma di lente a suggerire una possibile oscillazione/attrazione reciproca.

La parte superiore che racchiude i feretri è rivestita in doghe di ebano e i due prismi romboidali sono così vicini da consentire il passaggio tra di essi di una sola persona.

Sul pavimento, una fascia di due strisce di tessere quadrate bianche e nere ricorda che la via dell'amore è la sola possibile per lasciare a destra e a sinistra gli affanni della vita. L'arco è sollevato dal terreno grazie a quattro appoggi in acciaio inossidabile e il suo intradosso è decorato con tessere di mosaico disposte a disegno di croci nei colori verde, blu cobalto, oro e argento.

Il percorso verso l'arcosolio è guidato da un ruscelletto lineare che congiunge il luogo della sepoltura dei genitori alla grande vasca all'estremità opposta dell'edificio dei propilei. L'acqua è alimentata da una sorgiva che gorgoglia in un basso recipiente circolare in calcestruzzo che sversa da una fenditura nel canaletto ad alimentare il grande bacino.

Scarpa soleva ricordare i versi di Paul Valéry "le don de vivre a repassé dans les fleurs"; essi sembrano particolarmente appropriati per evocare il senso poetico di questa sottile linea d'acqua e di luce.

Sull'angolo nord est, dietro l'arcosolio, è messa a dimora una conifera piangente (Picea abies Pendula), dal portamento raccolto su sè stessa e dalla chioma verde/nera.

Questa prefica dolente, sempre presente nei disegni di progetto, fu scelta e posizionata con estrema cura da Carlo Scarpa, che ne volle valutare attentamente l'effetto massivo da molteplici angolazioni prospettiche.

L'Edicola dei familiari

Procedendo verso ovest, si scende nel braccio della "L" che si ricongiunge con la strada di paese e si lascia così il verde prato dal quale si può attingere il panorama della campagna e dei colli asolani senza la presenza delle costruzioni recenti grazie all'altezza calcolata del muro di cinta. Attraverso una scala quadrata a forma di croce si guadagna una corsia diritta che conduce al porticato d'ingresso alla chiesa; il camminamento è incassato all'interno di un ripiano di verde che contiene la cappellina dei parenti addossata alla parete nord del muro di cinta.

L'edicola dei familiari ha pianta allungata e volume che prende forma dall'inclinazione della cortina esterna dalla quale ha origine; la sua particolare forma la fa assomigliare ad un incappucciato o ancora ad una casa a tetto piano ruotata di 60° sul suo asse longitudinale, come se stesse aprendosi emergendo dal terreno.

Per potervi entrare è necessario abbassare la testa; al suo interno, vi sono lapidi con i nomi dei parenti più stretti: alcuni di essi su rocchi di colonne adagiate sul terreno, uno su una pietra tombale prismatica sul lato ovest ; al centro, una stele bicolore di dimensioni significative a forma di prisma trapezoidale è dedicata a Maria Toso, zia di Giuseppe Brion.

Il blocco ha uno spigolo scavato da una sfera virtuale; Scarpa lo aveva pensato per raccogliere una goccia che doveva originarsi con cadenza grave e regolare da un foro all'incrocio delle travi della copertura. L'ampio spazio è attraversato per tutta la lunghezza da una fenditura del tetto che illumina l'interno finito a calce lucida di colore blu/nero, racchiusa in campiture bordate da fasce di calcestruzzo. Il cielo è captato da questo squarcio (templum) che ricorda l'usanza di togliere alcune tegole dalla copertura per permettere alle anime dei defunti di abbandonare le loro spoglie mortali.

All'esterno vi sono due doccioni in bronzo a forma di teste di animali dell'era macchinista che ricevono le acque del tetto e le vomitano sul prato; nella loro autonomia formale di moderne sculture, esse rimandano alle gargouilles delle cattedrali antiche a forma di teste di mostri.

La Chiesa
L'ingresso all'edificio per la liturgia è posto alla fine del portico, che offre sicura protezione dalle ingiurie del cielo, così come è promessa salvezza a chi compie il suo cammino esistenziale nella comunità e nella chiesa.

La drammaticità del percorso solitario nei propilei, con squarci d'acqua e bagliori, qui è acquietata.

Sul fondale vi è una grande parete in cemento bianco, ferro e croci ageminate, che può ruotare su un perno divenendo la grande porta d'ingresso all'aula. Essa viene aperta solo in occasione delle cerimonie funebri mentre normalmente viene utilizzata la piccola porta centrale in legno d'ebano con una finestrella verticale.

Superato questo piccolo varco si entra nel nartece; girando lo sguardo indietro, sopra la piccola porta, è possibile notare un'altra lama di luce orizzontale che, componendosi con la finestrella verticale, restituisce una croce a forma di "tau", e cioè una croce con il braccio superiore mancante perché situato nel mondo dell'invisibile.

Il piccolo ambiente d'ingresso precede l'aula liturgica cui si accede attraverso una grande apertura circolare a forma di omega; il passaggio al luogo dell'officium defuncti, la chiesa, avviene dunque attraversando il simbolo del compimento ("Io sono l'alfa e l'omega”).

La chiesa ha la forma di un prisma cubico ruotato di 45° (in quinconce) rispetto al muro esterno e alle pareti del portico; grazie a questo artificio la costruzione offre un solo diedro al nord, quasi fosse la prora di una nave che vuole solcare le fredde regioni della morte.

L'aula appare molto più grande di quanto non siano le sue misure reali, e ciò grazie all'artificio architettonico di aver posto l'ingresso sulla diagonale del quadrato di pianta.

La luce proviene da finestre verticali alte da pavimento al soffitto e modellate da sguinci con undici gradonature.

I vetri sono montati con una tecnica raffinata che non lascia vedere il telaio a muro cosicché si ha l'impressione di essere all'interno di un edificio senza serramenti, composto da pareti con superfici plissettate che rendono la luce carica di vibrazioni.

Tutt'attorno vi è una vasca che riflette il sole e la volta celeste; l'acqua rimanda i raggi all'interno con mutevoli variazioni che rimbalzano sul soffitto lucido e si rincorrono con riflessi cangianti come quelli dei canali e delle calli veneziane.

Sull'angolo nord, sotto la cupola piramidale in legno di ebano e di pero, vi è l'altare in bronzo che è investito dalla luce proveniente da un'apertura sommitale; alle sue spalle, in basso, due antoni ciechi si aprono per lasciar vedere la vasca esterna e fare entrare la luce della volta celeste riflessa dall'acqua.

Sul lato sinistro dell'altare è appeso un candelabro pendente che può oscillare inondando lo spazio di una luce pulsante; il mistero della fiamma, ormai dimenticato a causa della fissità della luce artificiale, si rinnova nell'affievolirsi e rinvigorire improvviso del fuoco delle candele, così come avviene nei fasti della cerimonia ortodossa, che è strettamente legata a Venezia, porta d'Oriente.

Davanti all'altare vi è una lastra di marmo attraversata da decorazioni a strisce bianche e nere e da quattro bolli di bronzo; essa indica la posizione del feretro. Sul lato opposto all'ingresso, con la porta a forma di omega, un varco conduce ad un prato con undici cipressi, destinato alla sepoltura dei religiosi; esso confina con la strada comunale perché la chiesetta è raggiungibile anche direttamente dall'esterno per l'officium defuncti della comunità di San Vito di Altivole.

Il Padiglioncino sull'acqua
Al lato opposto della "L" che accoglie la chiesa vi è una grande vasca con il padiglione della meditazione.

Le sue acque sono scure, il fondo è nascosto da intrichi di piante acquatiche e da ninfee. Carlo Scarpa ricercò caparbiamente questo risultato, che poté ottenere dopo molti sconfortanti insuccessi solo verso la fine dei lavori.

Egli non voleva come fondo una soletta di calcestruzzo ma uno strato limoso impermeabile che impedisse all'acqua di trapassare nei sottostanti strati di ghiaia; il risultato fu raggiunto con una spessa lente di argilla.

Quasi contemporaneamente alla soluzione della vasca d'acqua, Carlo Scarpa licenziò definitivamente i disegni del padiglioncino, anch'esso oggetto di numerosi studi, disegni, simulazioni prospettiche.

Il piccolo edificio sorge da una piattaforma di calcestruzzo a pelo d'acqua, quasi galleggiante per effetto dei supporti arretrati.

Il tetto a scatola prismatica è sorretto da quattro colonne di acciaio disposte in pianta a forma di vortice, interrotte a 88 centimetri e poi ricongiunte.

Visto dal prato, esso appare come un baldacchino composto da un velario di pannelli verde scuro ritmati da chiodi di rame e concluso superiormente da una scatola di assicelle di legno impaginate in un disegno di circonvoluzioni prospettiche.

Per accedervi bisogna ripercorrere l'interno del tunnel/flauto orfico dei propilei; più si procede verso la porta di cristallo, più il corridoio si restringe e il rumore dei passi rimbomba amplificato dalla cavità sotterranea.

La porta di cristallo deve essere spinta in basso con tutto il peso del corpo ed essa risale bagnata, richiudendosi alle spalle di chi la supera.

Una passerella a pelo d'acqua piega nuovamente a sinistra (dalla parte del cuore) e conduce in questo piccolo spazio; il soffitto è percorso dalle aste della struttura di sostegno e da pannelli dorati disposti a forma di vortice. L'interno si presenta chiuso tutt'attorno all'altezza dell'occhio, così da obbligare lo sguardo solo in basso verso l'acqua e gli oggetti presenti nella grande vasca.

Restando in piedi questa sorta di "elmo miope" permette di vedere solo “il lago del nostro cuore”, una croce labirintica in mosaico di fronte e, sul lato destro, una grande vasca con piante di bambù nano.

Al centro del velario, una fenditura con un miraglio a forma dei due anelli che si intersecano permette di traguardare le tombe dei genitori; esse divengono così una presenza dolorosa ed angosciante se vissuta nella solitudine, separati dal patire ed amare collettivo.

Ma se ci si siede sulla piccola panca, con gli occhi ora all'altezza del cuore, l'effetto di chiusura visiva è annullato: la terra e il cielo si sono nuovamente ricongiunti, l'occhio può spaziare dalla vasca al prato, all'arcosolio, al paesaggio dei monti dell'asolano.

Il sentimento diviene partecipe della condizione umana, la speranza di salvezza dalla morte grazie al compatimento nella comunità e all'amore per i propri simili, può affiorare serena.