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Al cimitero Brion un ingresso comune conduce ad un bivio: due vie per meditare, la prima, quella adatta a tutti, è suggerita da una scala spostata; percorrerla vuol dire compiere un viaggio che ha per occhi il cuore e per scenario il ricordo della morte dei genitori (l’arco) e dei parenti (la cappella), la comunità (la chiesa).

L’altra via per i solitari, i poeti, è un itinerario più personale e diffi cile: per avanzare si dovrà abbassare con il peso di tutto il nostro corpo una porta di cristallo che riflette la nostra immagine; arrivati sull’isola al centro del lago (del nostro cuore), chiusi nell’elmo/padiglione potremo vedere solo noi stessi: i velari abbassati si aprono solo in corrispondenza della tomba dei genitori con una specie di miraglio; è questa l’unica relazione con la società che non possiamo rinnegare.

Ma se per acquietarci ci sederemo sulla panca sarà possibile volgere attorno il nostro sguardo libero: gli schermi sono lontani, il cielo e la terra si sono ricongiunti; in quel momento è possibile vedere con chiarezza le connessioni tra le parti, sorridere e, forse, sentire il proprio respiro.

Guido Pietropoli (autore dei testi e allievo di Carlo Scarpa)

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