Altivole a fine Ottocento: bisogna partire
Una pagina di storia amara che apre una speranza
Tra le varie inchieste promosse in Italia nel secondo '800 ve ne fu una, l'Inchiesta sulle condizioni igienico-sanitarie dei Comuni del Regno, i cui elaborati permettono oggi di tratteggiare i caratteri essenziali della società e dell'economia altivolese alle soglie del XX secolo. Compilato nel 1885, il questionario, pur non dettagliato, presenta una gamma di dati statistici ed informazioni di sicuro rilievo che meritano di essere analizzate con una certa attenzione.
Spia sicura dello sviluppo di una collettività sono i dati relativi al movimento della popolazione.
Nel 1881 ad Altivole essa ammontava a 3.240 unità residenti, un dato significativo perchè costituente il punto di massimo sviluppo demografico dell'area altivolese, nella quale, dopo una stasi constatabile negli anni 40-50 (2.154 abitanti nel 1841 e 2.284 nel 1851), si registrò una netta e sicura ripresa (2.530 i residenti nel 1862; 2.734 nel 1868; 2.969 nel 1871). La progressione, malgrado i forti flussi migratori di cui si dirà in seguito, permane costante, tale chè nel 1881 gli abitanti sono, come detto, 3.240, 3.545 nel 1901, pervenendo addirittura a 4.344 nel 1911. Il redattore del questionario del 1885 tace sui fenomeni migratori che, a quel momento, sono già in atto, pur se con carattere temporaneo, verso l'Europa centrale.
Tracce di espatri per motivi di lavori si rinvengono nell'Archivio Comunale di Altivole sin dal 1869, allorchè un gruppo di braccianti assicurati dal S.r Angelo Piovesan di Fortunato che si rende mallevadore per tutti chiede il passaporto per recarsi ad effettuare lavori ferroviari nella Valacchia, regione dell'odierna Romania. La motivazione della richiesta era valida per tutti quelli che andavano Oltralpe: mancatogli il mezzo di poter ricavare il proprio sostentamento e migliorare la sua condizione.
L'emigrazione verso l'Austria, la Germania e la Svizzera divenne più consistente parallelamente all'esplosione del grande esodo che portò centinaia di migliaia di veneti oltreoceano, in Merica. Tale movimento prese avvio, con i caratteri della consistenza e della continuità nel 1885-86, quando già da anni un'insostenibile crisi economica aveva riversato i suoi deleteri effetti sulle classi contadine. Emilio Franzina, in uno dei suoi saggi dedicati all'emigrazione veneta in America, circa le cause di questo fenomeno, sostiene essere stata la fame «a spingere i contadini all'espatrio o se non la fame almeno la disoccupazione e le precarie condizioni di vita e di lavoro a cui l'avvento in Italia dello Stato Liberale unitario aveva ridotto le popolazioni rurali della nostra come delle altre Regioni.
Sottoalimentazione, pellagra, carichi di lavoro esorbitanti, mercedi e salari irrisori, abitazioni malsane costituivano la regola di vita per gli abitanti delle nostre campagne a fine secolo.
Ancor più dettagliatamente Antonio Lazzarini delinea un quadro di concause tra le quali emergono la scarsezza dei raccolti, l'alta mortalità del bestiame domestico, il cui ruolo è determinante nell'economia contadina, le malattie della vite, l'indebitamente crescente del contadino e, infine, intorno agli anni '80, la caduta del prezzo dei cereali 133.
La realtà socio-economica altivolese non doveva essere troppo dissimile da quella descritta.
Già nel 1886 35 persone, per lo più da sole, e tutte appartenenti alla classe contadina, raggiunsero il Brasile, mentre 4 emigrarono in Argentina. L'anno seguente un numero incredibilmente alto di altivolesi, ben 348, preferirono la triste avventura dell'espatrio alla grande miseria del proprio paese. 311 di essi, tra cui la prima famiglia al completo, s'imbarcarono a Genova, diretti nello stato brasiliano di S. Paolo, mentre altri 32 proseguirono per l'Argentina. Il Brasile offriva garanzie di lavoro nelle tenute agricole, dove imperava la monocoltura del caffè oppure consentiva la colonizzazione agricola diretta di piccoli lotti di terreno (soprattutto negli stati meridionali). Ciò spiega ampiamente come, in quindici anni (1886-1900), 1.364 altivolesi, sui 1.761 complessivamente emigrati, avessero abbandonato la loro terra per rincorrere un miraggio di benessere che, in molti casi, finì per rimanere tale.
